IL MISTERO DELLA CROCE
NELL’ESPERIENZA SPIRITUALE DI S. FRANCESCO DI PAOLA

    S. Francesco di Paola, come santo della quaresima, ci richiama immediatamente al suo rapporto con il mistero della Croce del Signore. L’itinerario quaresimale conduce alla Pasqua del Signore passando attraverso la passione e la morte sulla Croce.
S. Francesco, eremita in giovanissima età, sceglie per sé un itinerario penitenziale sulla scia della spiritualità dei Padri del deserto. Secondo il biografo anonimo suo discepolo tale scelta fu motivata proprio dalla “compassione” che sentiva nell’animo al pensiero che gli uomini con i loro peccati tornavano a crocifiggere il loro Signore.

In verità la scelta eremitica nella grotta di Paola è stata sempre letta dagli scrittori dell’Ordine dei Minimi come desiderio di conformazione a Cristo crocifisso: “Si ritirò nell’eremo, e abbracciò il Crocifisso e bevve tanta acqua celestiale e fu ripieno di tanta grazia da rinunciare a tutte le cose terrene, negando se stesso, e da aderire pienamente al Crocifisso con la mente e il cuore. Nel giovane Francesco solitudine eremitica, amore al Crocifisso e decisione penitenziale si identificano secondo le riflessioni fatte dagli scrittori dell’Ordine: “Si nascose solo con il crocifisso nel quale visse come inchiodato per amore e per partecipazione al suo dolore. Contemplando con la mente la passione di Cristo, partecipando nel corpo al dolore delle piaghe del suo Redentore, rendendosi conforme con la penitenza al Crocifisso”. Egli è colui che cerca di abbeverarsi alla fonte di grazia che scaturisce da Cristo, e gli autori amano raffigurarlo fermo sotto la croce come Giovanni.

In realtà Francesco, a parte la dimensione penitenziale con la quale ha cercato di rivivere la passione di Cristo, ha mostrato anche con gli atteggiamenti esterni la sua interiore inclinazione verso il Crocifisso. Sul bastone, col quale si accompagnava nel suoi viaggi, portava sempre una croce, che ora si conserva nel Santuario di Corigliano. Con una croce delimita, in un certo senso, la sacralità del convento ove abita con i suoi frati a Paola. Fa il segno di croce per scongiurare pericoli, per operare guarigioni, per invocare la benedizione dall’alto. Dinanzi alla croce sosta frequentemente a pregare, soprattutto prima di compiere qualche miracolo. Un testimone riferisce che, richiesto di intervenire a favore di un ammalato, egli si fermò prima in contemplazione dinanzi al Crocifisso. Invita anche i fedeli a pratiche di pietà in onore del Signore crocifisso, e non solo occasionalmente, ma abitualmente, con la volontà, nutrita di interiore convinzione, di voler comunicare ad altri il suo stesso amore alla Croce. Prescrive, infatti, tale pratica nella Regola del terzo Ordine: “Ogni venerdì reciterete devotamente cinque Pater noster e altrettante Ave Maria, in memoria della passione di Gesù Cristo”. Pregare ai piedi di Gesù era una devozione con la quale anticamente si voleva imitare soprattutto l’esempio di Maria Maddalena che bagnò con le lacrime i piedi del Signore e li asciugò con i suoi capelli.

Francesco spesso, quando prega, si dispone con le mani distese a forma di croce, e così pre-scrive ad alcune persone che gli chiedevano una guarigione. Tale forma devozionale, molto significativa per una spiritualità penitenziale, si rifà a Gesù che muore con le braccia aperte sulla croce pregando il Padre. Come Cristo sulla croce poteva solo pregare e parlare, in quanto tutto il resto del corpo era impedito, così il cristiano deve imitare Cristo nel sentirsi legato con lui (ecco il significato di allargare le braccia) per poter solo pregare.

Sull’amore alla Croce e a tutto ciò che essa significa per l’uomo di fede, egli fonda la sua tipica proposta di seguire Cristo, basata sulla penitenza quaresimale. Lo dice chiaramente iniziando e concludendo la terza Regola dei Frati. Essa si apre così: “Nel nome del Crocifisso inizia la vita e Regola dei frati dell’Ordine dei Minimi”. E si conclude con un’ espressione di lode: “Siano rese grazie perenni al Crocifisso”. Anche l’invito ai membri secolari del terzo Ordine di praticare l’astinenza a vita è basato su questo amore.

Nella Regola del terzo Ordine il mistero della Croce, che si rivive nella celebrazione della santa Messa e nella comunione sacramentale, è presentato come forza per sostenere e corroborare la propria vita spirituale: “Parteciperete con attenzione alla s. Messa, affinché, corroborati in modo salutare dalla dolorosa passione di Cristo che si rinnova in essa, vi conserviate forti e saldi nell’osservanza dei comandamenti di Dio. Vi suggeriamo anche di supplicare con devozione, durante la Messa, che la morte preziosa di Cristo diventi vita per voi, il suo dolore vostra medicina e la sua fatica riposo che nulla potrà distruggere”. E’ soprattutto da questo mistero che si attinge la forza necessaria per conservare la saldezza della fede e la fedeltà nella sequela del Signore.

Il desiderio di conformarsi a Cristo trasforma Francesco in asceta e in apostolo di conversione. Egli va in giro, pertanto, richiamando tutti ad abbandonare il peccato e a ritornare al Signore. Questo suo apostolato è stato sintetizzato bene nel Processo Calabro: “Quanti erano privi di speranza ritornavano consolati, i peccatori convertiti… diceva infatti ad essi: Purificate la vostra coscienza e smettete di commettere ogni genere di peccati… Sono state moltissime le persone, che si sono convertite per questa predicazione”.

Si può dire che tutta la vita di s. Francesco si è sviluppata nella linea dell’imitazione fedele di Cristo, tanto da meritare dal papa Alessandro VI l’elogio di essere un “imitatore ardentissimo del Redentore”. A ragione qualche religioso dell’Ordine dei Minimi ha cercato di proporre un parallelo tra la vita di Gesù e quella di Francesco. Oggi i Minimi, nell’approfondimento teologico della loro spiritualità, hanno scritto che “Francesco conosce, ama e contempla Dio nel volto penitente del suo Figlio. Alla scuola della Croce e del tabernacolo il Paolano scopre l’immensa bontà e il suo amore-agape che sorpassa ogni realtà”. L’accesso alla comunione e alla contemplazione del Dio-amore passa attraverso l’imitazione del Cristo penitente, il quale, attraverso la Croce, giunge alla glorificazione e si asside glorioso alla destra del Padre.

Il momento della morte di Francesco, che non senza un segno particolare di Dio avviene di Venerdì santo, è come l’ultimo tocco della grazia di Dio, che vuole completare una identificazione costruita lentamente lungo l’arco di novantuno anni. Francesco, che ha iniziato la settimana di passione in uno stato di sofferenza fisica, causata da una febbre insistente, chiude gli occhi a questo mondo abbracciando e baciando ripetutamente il Crocifisso, dopo aver ascoltato il racconto della passione, preso dal vangelo di s. Giovanni.

Nel 1562 gli Ugonotti, nel contesto delle guerre di religione, profanarono la sua tomba, estrassero il corpo di lui ancora intatto, lo trascinarono nella foresteria del convento e cercarono ripetutamente di bruciarlo, ma invano. Alla fine pensarono di usare per il rogo la grande croce che stava sull’altare maggiore. Solo su questo fuoco i resti mortali di Francesco si consumarono. L’identificazione con il Crocifisso fu piena.

Il Morales, storico spagnolo dei Minimi, ha commentato così: “Il glorioso Padre ha amato molto Dio, e a sua volta Dio lo ha amato molto, tanto che per mezzo degli Angeli gli ha dato come insegna la carità, che è fuoco divino, come dice il Cantico dei Cantici (8, 6-7): ‘Le sue vampe sono vampe di fuoco, le sue fiamme, fiamme del Signore! Le molte acque non possono spegnere l’amore, né travolgerlo i fiumi’. Quindi, carità e fuoco sono una sola cosa. Amando Dio, s. Francesco aveva la sua anima, la sua volontà e il suo cuore pieni di questo fuoco divino. Per questo, come se fosse un altro Apostolo, il fuoco non gli ha mai nuociuto in tutta la sua vita; egli ha potuto trattare familiarmente con esso, maneggiarlo, andare su di esso a piedi scalzi, come risulta dalla sua vita. Forse, sapendo questo, gli eretici pensavano che un fuoco ordinario non avrebbe potuto offendere quel santo corpo; perciò, per riuscire nel loro intento, vollero un fuoco speciale… Si avvalsero di un fuoco fatto con una immagine di Dio. Questo fuoco in un certo modo si poté chiamare straordinario e divino… ‘Il Signore tuo Dio è un fuoco divoratore’ (Dt 4,24): Dio è fuoco al quale nessuno resiste, al quale tutto obbedisce e si arrende. Così gli eretici si avvalsero di tale fuoco per bruciare il corpo del santo.

Nella tradizione dell’Ordine la profanazione del corpo di S. Francesco fu ritenuta come un martirio. Nell’iscrizione posta nella stanza ove il corpo fu bruciato era scritto: “Il fuoco consuma il corpo esangue, affinché l’anima, che ora, lungi dalla terra splende di onori divini tra gli spiriti celesti, aggiunga agli altri suoi meriti la palma del martirio. Vivente, egli aveva desiderato di morire così; ma Dio gli concesse dopo la morte ciò che gli aveva negato durante la vita”. Il Morales, a sua volta, commenta: “Lo stesso Signore, che non aveva dimenticato i desideri di Francesco, che unirono in sé il ‘credere in Cristo’ e il ‘patire per Cristo’, dopo la sua morte, trascorsi più di 50 anni, permise che egli fosse bruciato con fuoco fatto con la sua croce e la sua immagine. Si compì così il suo desiderio, unendo a questo favore un’altra ricompensa, che a nessuno degli altri santi ha fatto, fosse anche al più grande degli apostoli. Infatti tutti gli altri santi arrivarono a credere in Cristo e soffrire per Cristo. Francesco, invece, credette in Cristo, soffrì per Cristo e soffrì con Cristo, perché l’immagine di Cristo fu il materiale e lo strumento del suo martirio”.



P. Giuseppe Fiorini Morosini
Correttore Generale dei Minimi

IMMAGINI DEL SANTO DI PAOLA

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